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Posted: Fri Jun 30, 2006 1:23 pm |
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EUROPE - La libertà religiosa in Europa
ROMA, venerdì, 30 giugno 2006 (ZENIT.org).- Pubblichiamo una sintesi dello stato della libertà religiosa in Europa basato sul "Rapporto 2006 sulla Libertà Religiosa nel Mondo", pubblicato dalla sezione italiana dell’Associazione “Aiuto alla Chiesa che Soffre”.
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In molti Paesi prevale ancora un orientamento laicista che sembra conoscere la sua massima espressione nelle istituzioni comunitarie, e in specie nel Parlamento europeo. L’occasione, perduta, di inserire una menzione alle radici cristiane dell’Europa nella bozza di costituzione costituisce soltanto il segnale più evidente dell’incapacità di molti governi e di molti politici di superare l’antica e stantia dialettica tra religione e vita civile attraverso un rapporto maturo con la società. Nei territori reduci da decenni di totalitarismo socialcomunista fatica ancora a farsi strada l’idea dell’autonomia della religione dallo Stato, anche se in Georgia e in Russia si registrano alcuni passi avanti sulla strada della denazionalizzazione delle Chiese. Sono ancora difficili da rimarginare, inoltre, le ferite della guerra civile nell’ex Jugoslavia, dove permangono situazioni di ostilità fra le diverse comunità religiose, cristiane e islamiche, spesso identificate con le etnie. Nel suo complesso, l’Europa compie tentativi per gestire con equilibrio l’ingresso di immigrati musulmani e la loro convivenza con le popolazioni locali, ma non si può affermare che finora sia stato raggiunto un modello integrativo efficace. In questa incertezza si inserisce il dibattito sull’ingresso della Turchia tra i 25. Sull’altra riva del Bosforo, spesso la reazione ai timori europei si manifesta con una speculare chiusura a ogni contributo culturale e religioso proveniente dall’Occidente, di cui cadono vittime le minoranze cristiane locali, oggetto di discriminazione e talvolta di atti violenti, di cui è stato testimonianza il martirio del missionario don Andrea Santoro.
Nel 2005 il diritto alla libertà religiosa in Armenia è stato pienamente rispettato. Il dialogo ecumenico tra la Chiesa apostolica armena e la Chiesa cattolica è molto vivo, come testimonia anche il telegramma inviato dal Catholicos Karekin II in occasione della morte del Santo Padre Giovanni Paolo II. Problemi permangono riguardo alla garanzia di poter svolgere il servizio civile invece del servizio militare. A questo riguardo, sono oltre 20 i testimoni di Geova arrestati nel 2005 per essersi rifiutati di adempiere al servizio militare per motivi religiosi; tutti hanno poi abbandonato anche il servizio civile, contestando il fatto che esso – permanendo sotto la giurisdizione del ministero della Difesa – non costituiva realmente un’alternativa a quello militare.
In base agli impegni assunti con il Consiglio dell’Europa, l’Armenia avrebbe dovuto rendere operativo il servizio civile fin dal primo gennaio 2004. Problemi legati all’inesistenza di un servizio civile alternativo a quello militare sono evidenti anche nel Nagorno-Karabakh, l’enclave azera abitata in maggioranza da armeni, dove l’obbligatorietà del servizio di leva viene giustificata anche dallo stato di tensione esistente con l’Azerbaigian e dove gli obiettori di coscienza per motivi religiosi sono spesso condannati al carcere.
Il 20 marzo, dopo l’elaborazione di un’accurata normativa elettorale, in Belgio si sono tenute le elezioni di 68 membri del Consiglio della comunità islamica belga, che ha poi nominato un Comitato esecutivo composto da 17 persone che fungeranno da interlocutori delle autorità governative. Numerosi osservatori segnalano che l’iperattivo atteggiamento laicista dell’esecutivo, modellato quasi in toto sull’esempio francese, ha portato a dure polemiche e a provvedimenti restrittivi contro i Nuovi movimenti religiosi sia sul tema del “lavaggio del cervello” che contro i musulmani, soprattutto riguardo al velo femminile. Il 12 novembre 2002 è entrata in vigore in Bielorussia la nuova legge sulla libertà religiosa che attribuisce all’ortodossia russa il ruolo di religione ufficiale del Paese, riconosce il «ruolo spirituale, culturale e storico della Chiesa cattolica nel territorio della Bielorussia» e «l’inalienabilità dalla storia della nazione della Chiesa luterana». Vengono riconosciuti anche «l’ebraismo ortodosso» e l’islam sunnita. Lo Stato si dichiara in dovere di difendere la Chiesa ortodossa dalle sette, considerate pericolose e severamente punite. Le autorità svolgono quindi un rigidissimo controllo sull’attività religiosa. A seguito di questa legge tutte le comunità religiose hanno dovuto registrarsi nuovamente; la maggior parte è riuscita a superare l’iter previsto, ma un certo numero (22 delle 2.783 organizzazioni esistenti nel 2002) non è riuscito a ottenere la nuova registrazione per problemi connessi alla mancanza di un indirizzo legale valido o perché statuti o numero di aderenti non soddisfacevano i requisiti legali.
Il Governo ha dichiarato illegale l’attività religiosa di tutte le comunità non registrate e ha adottato misure rigide verso le organizzazioni cui è stata rifiutata la registrazione. In particolare, problemi hanno avuto le Chiese ortodosse operanti al di fuori del Patriarcato di Mosca. A esse, di fatto, è stato impedito di registrarsi perché, per poter ottenere il riconoscimento statale, avrebbero dovuto avere l’approvazione del locale vescovo del Patriarcato di Mosca. In tal modo, è stata negata la registrazione alle comunità della Vera Chiesa Ortodossa Russa, sotto la giurisdizione della Chiesa ortodossa russa all’estero, e della Chiesa ortodossa autocefala bielorussa. Nel 2005 sono state particolarmente prese di mira dalle autorità la Chiesa carismatica della Nuova Vita, la Chiesa della Nuova Generazione e gli Hare Krishna. Secondo una notizia riferita a «Forum 18 New Service» dell’11 maggio da Sergej Malachovskij, responsabile della comunità Hare Krishna che conta nella capitale circa 200 appartenenti, i suoi membri hanno ricevuto il divieto di radunarsi, pena gravi sanzioni.
La comunità carismatica della Nuova Vita di Minsk che conta 600 membri, ha ricevuto una multa di circa 1.500 dollari per lavoro illegale, da considerarsi tale per il rifiuto delle autorità di registrarla. Infine, analoghi problemi sono stati incontrati dalla comunità della Chiesa della Nuova Generazione di Baranoviči che non riesce a ottenere il permesso di aprire un edificio di culto in un magazzino acquistato nel 1997; il fatto è stato denunciato dal pastore Leonid Voronenko a «Forum 18 New Service» del 27 luglio. Durante la visita a Mosca svoltasi nel gennaio 2006, il Presidente Tassos Papandopoulos, ha accusato la Turchia di distruggere le chiese cristiane nella parte settentrionale dell’isola, sottoposta all’autorità del Governo di Ankara.
Secondo il Presidente cipriota – citato dall’agenzia «Interfax» – «la criminale occupazione turca» degli ultimi 30 anni ha portato al «saccheggio organizzato di luoghi santi e alla razzia sistematica» del patrimonio culturale ortodosso nella parte settentrionale di Cipro. Nella mattinata dello stesso giorno, Papandopoulos ha incontrato il Patriarca di Mosca Alessio II e durante il colloquio gli ha riferito che, a partire dall’occupazione, 350 chiese sono state distrutte o utilizzate come luoghi di intrattenimento o addirittura come stalle per bestiame.
L’atteggiamento interventista della Francia in materia di nuove religioni che aveva portato alla costituzione della Mission interministérielle de vigilance et de lutte contre les dérives sectaires (Miviludes) e alla compilazione di una “lista nera” di gruppi apparentemente riducibili a sette, è stato corretto mediante una circolare del Primo Ministro emessa nel mese di maggio per sostituire la lista con un insieme di criteri di valutazione ricavati dalle conclusioni della Miviludes. Nel campo dei rapporti con l’islam francese – rappresentato da un Consiglio, il Conseil français du culte musulman (Cfcm), riconosciuto come interlocutore dallo Stato – vengono segnalate iniziative per ambientare con corsi di lingua, gli imam di provenienza straniera destinati a presiedere il culto e l’istruzione religiosa nelle moschee francesi, l’inserimento di “cappellani” musulmani nell’esercito e la moltiplicazione dei luoghi di culto. All’interno del Cfcm si registrano tensioni fra le varie tendenze musulmane e a questo può essere attribuito lo slittamento delle elezioni per il Consiglio direttivo dall’aprile al giugno 2005.
La politica del presidente Michail Saachašvili, al potere dal gennaio 2004, sembra aver impresso un miglioramento alla situazione giuridica delle comunità religiose in Georgia, sebbene essa resti comunque precaria. La Chiesa ortodossa usufruisce di alcuni privilegi che le sono garantiti dal Concordato firmato nel 2002 e che le conferisce autorità su tutte le questioni religiose; in particolare, anche l’importazione di letteratura religiosa e la costruzione di edifici di culto di tutte le confessioni, devono essere autorizzate dal Patriarcato. La Chiesa cattolica viene vista dalla Chiesa ortodossa come una Chiesa straniera e antagonista, accusata di proselitismo ed espansionismo. La situazione è andata irrigidendosi e rischia di produrre pregiudizi che minano gli sforzi per il superamento dei problemi esistenti, spesso derivanti dalla tormentata storia delle due comunità nel XX secolo.
Il mancato accordo tra la Santa Sede e il Governo – la cui firma fu sospesa all’ultimo momento nel 2003 in seguito ai disordini e alle massicce manifestazioni orchestrate dalla Chiesa ortodossa – ha impedito finora il riconoscimento della personalità giuridica della Chiesa cattolica. Tuttavia alcune comunità religiose del Paese, sono insoddisfatte di questa soluzione; in particolare, cattolici, musulmani e aderenti alla Chiesa apostolica armena si oppongono a una registrazione che li equipara a organizzazioni non governative e avanzano invece la richiesta di introdurre nel Codice civile nuovi emendamenti che permettano loro di ottenere la registrazione in quanto organizzazioni religiose pubbliche. Da segnalare che è stata adottata una nuova legge sull’educazione generale che separa la scuola statale dall’insegnamento religioso.
Nonostante la nota scarsa disponibilità al dialogo ecumenico, nel mese di maggio in Grecia la Chiesa ortodossa ha ospitato ad Atene un convegno internazionale del Consiglio mondiale delle Chiese dal titolo «World Mission and Evangelism». Durante i lavori – informa l’agenzia «Fides» dell’11 maggio – ha tenuto una delle relazioni principali dal titolo «Riconciliazione: il maggior conflitto della post-modernità» il teologo ortodosso, Athanasios Papathanasiou. La stessa fonte riferisce che il Patriarca Christodoulos nel suo indirizzo di benvenuto agli oltre 700 partecipanti, ha avuto parole di apprezzamento per gli sforzi ecumenici e di richiamo al recupero dello slancio missionario nel contesto dell’imperante globalizzazione.
Sono segnalate vessazioni, incluse il licenziamento dal posto di lavoro e perquisizioni, perpetrate dalle autorità di polizia ai danni di cittadini appartenenti alla Chiesa ortodossa serba che abbiano rifiutato l’iscrizione alla Chiesa ortodossa macedone autocefala. La Chiesa ortodossa serba guidata dal metropolita Jovan Vranisskovski con sede principale a Ohrid, non ha infatti ottenuto da parte del Governo la registrazione obbligatoria. Priva di tale riconoscimento, essa non può possedere immobili né svolgere attività pastorali ed è passibile di essere perseguita come organizzazione illegale.
Unico Paese europeo, oltre la Francia, che abbia bandito l’insegnamento della religione dalle scuole pubbliche, in Moldova potrebbe registrarsi un ulteriormente irrigidimento su questioni riguardanti la libertà religiosa dopo la vittoria del Partito comunista registratasi alle elezioni politiche del marzo 2005. Il Governo è decisamente schierato in favore della Chiesa ortodossa moldava legata al Patriarcato di Mosca e che le norme riguardanti l’obbligo di registrazione per i nuovi culti – introdotte dal Parlamento nel 2002 come modifiche alla Legge sulle religioni promulgata nel 1992 – prevedono la presentazione di una dichiarazione delle finalità e dello statuto e l’iscrizione in un registro pubblico entro un mese dalla presentazione della domanda. Il tribunale può respingere la domanda se l’organizzazione svolge attività politiche o che mettano a repentaglio l’indipendenza, la sovranità, l’integrità, la sicurezza della Repubblica, nonché l’ordine pubblico. Finora sono state riconosciute 21 organizzazioni, ma lo Stato tuttora nega il riconoscimento a molti movimenti religiosi come i mormoni, alcuni gruppi musulmani e la Vera Chiesa Ortodossa moldava.
L’attentato terroristico del 7 luglio avvenuto nella metropolitana di Londra ha causato nell’opinione pubblica del Regno Unito reazioni ostili al trattamento riservato alle comunità islamiche locali, giudicato eccessivamente permissivo. Nonostante parti del mondo islamico abbiano condannato l’eccidio e una delegazione di musulmani sia stata ricevuta dal Primo ministro, Tony Blair, il Governo ha varato una legge contro l’incitamento all’odio religioso, integrativa di quella contro l’odio razziale, che ha diviso l’opinione pubblica. Dopo 10 anni è stato revocato il bando contro il reverendo coreano Sun Myung Moon, cui era impedito di accedere al territorio britannico in quanto sia lui che la Chiesa dell’Unificazione – che comunque ha una presenza assai ridotta nel Regno Unito – non sono più considerati una minaccia per l’ordine pubblico.
La posizione dello Stato russo nei confronti delle comunità religiose si è in linea di massima dimostrata leale e neutrale e quindi definibile in via di miglioramento rispetto al passato. Tuttavia all’interno delle strutture politiche, così come all’interno della società, lentamente si evidenziano – accanto al rispetto formale dei valori dell’Ortodossia, identificata come componente fondamentale dell’identità spirituale e culturale della nazione – atteggiamenti laicisti e anticlericali sempre più assimilabili alla mentalità diffusa in Europa occidentale. Nel difficile cammino della società russa verso il superamento dei problemi che sono retaggio dell’epoca comunista, si segnalano passi incoraggianti nelle relazioni tra le Chiese cristiane, mentre si delinea qualche difficoltà nell’ambito del dialogo inter-religioso. Molto discusso negli ultimi mesi è stato il disegno di legge – approvato anche dalla Camera Alta con 153 voti a favore e uno contrario il 28 dicembre – che introduce severi controlli sulle circa 7.000 Ong presenti sul territorio nazionale e, in particolare, sui finanziamenti che esse ricevono dall’estero.
Durante il 2005 nei rapporti fra Chiesa e Stato ha occupato una posizione centrale il problema dell’educazione e, più specificamente, il problema dell’educazione religiosa nelle strutture statali. La Chiesa ortodossa si batte da anni per l’introduzione nella scuola della materia (facoltativa) «Fondamenti di cultura ortodossa», attualmente insegnata ad experimentum in alcune province. Lo Stato, dal canto suo, sembra per ora essere orientato verso una soluzione «laica» del problema: il ministro dell’Istruzione, Andrei Fursenko, aveva da tempo optato per una linea intermedia, deliberando di introdurre un corso di storia delle religioni tenuto da insegnanti laici laureati in storia; il 15 giugno ha presentato il nuovo manuale, segnalando che è stato scritto dagli specialisti dell’Accademia delle Scienze.
Un avvenimento centrale per l’impatto avuto sull’opinione pubblica è stata la morte di Papa Giovanni Paolo II, oltre che la successiva elezione di Benedetto XVI. La dimensione mondiale dell’evento è apparsa immediata sia sui canali televisivi che sui grandi quotidiani e siti Internet, attestandosi in primissimo piano per un’intera settimana, con toni di immensa stima per la statura morale e spirituale del defunto. Con la registrazione della diocesi della Trasfigurazione a Novosibirsk, nel 2005 è stato completato il processo di registrazione delle quattro diocesi cattoliche esistenti nella Federazione Russa. Anche per quanto riguarda il regime dei visti concessi a sacerdoti e religiosi stranieri, le difficoltà sembrano superate, considerato che ultimamente, nella maggior parte dei casi, vengono concessi visti per un anno. In particolare, si segnala che il caso del sacerdote cattolico polacco Janusz Blaut, parroco di Vladikavkaz (a circa 20 km da Beslan), a cui era stato rifiutato il visto nell’ottobre 2004, è stato rivisto dalle competenti autorità e il visto gli è stato nuovamente concesso: il sacerdote ha dunque potuto riprendere il proprio ministero nella parrocchia di Vladikavkaz.
La morte di Giovanni Paolo II ha segnato un certo spartiacque nelle posizioni assunte dalla Chiesa ortodossa russa nei confronti della Santa Sede. Mentre alla sua scomparsa hanno fatto eco messaggi di stima e di cordoglio da parte delle principali personalità del mondo politico, culturale e religioso russo, nei confronti dello scomparso Papa, il Patriarcato di Mosca – pur calibrando gli interventi a seconda del contesto in cui si muoveva – è rimasto sostanzialmente all’interno di schemi puramente politici e ideologici. Da segnalare che l’elezione di Benedetto XVI è stata accolta con grande interesse dalla Chiesa ortodossa russa che, oltre ad avere sempre apprezzato le posizioni dottrinali di Joseph Ratzinger, il suo attaccamento alla tradizione e la sua profonda spiritualità, ha probabilmente visto nella figura del nuovo Pontefice la possibilità di «voltare pagina» e di instaurare più facilmente delle relazioni di collaborazione.
Si è fatta gradualmente strada, nelle relazioni a vari livelli tra esponenti delle Chiese ortodossa e cattolica, la consapevolezza che sia necessario trovare «sfere non conflittuali di collaborazione», individuabili nei campi culturale, sociale, educativo, da cui partire per ampliare una mutua conoscenza e fiducia, strumenti atti a far affrontare in futuro problemi più complessi. Alla Chiesa ortodossa viene sempre più pressantemente richiesto di contribuire alla risoluzione della grave crisi morale che travaglia la Russia a numerosi livelli: calo demografico, criminalità, alcolismo e tossicodipendenza, corruzione e violenza all’interno dell’Esercito. Forte all’interno della società resta ancora l’antisemitismo che ha registrato un picco nel grave attentato alla sinagoga di Mosca l’11 gennaio 2006.
L’islam va progressivamente rafforzando le proprie posizioni. Attualmente Mosca è la città europea con il maggior numero di musulmani e, secondo alcune stime, i gruppi etnici tradizionalmente musulmani formeranno la maggioranza della popolazione giovanile nel 2015. La diversità rispetto ai Paesi dell’Europa occidentale è data dal fatto che i musulmani russi sono popolazioni indigene, presenti nei territori della Federazione ancor prima dell’apparire del cristianesimo; in alcune regioni, come il Dagestan, la maggioranza musulmana oggi si è rafforzata rispetto alla generazione precedente, a motivo dell’emigrazione della popolazione slava e d’altro canto si nota un movimento massiccio di musulmani in tutto il territorio nazionale, come dimostra l’edificazione di nuove moschee, come a Jakutsk, nella Siberia nord-orientale, località lontana dai tradizionali luoghi di insediamento.
Nel 2005 in Serbia Montenegro si è prodotta una profonda rottura delle relazioni tra la Chiesa ortodossa serba e l’omologa Chiesa della Repubblica di Macedonia, la cui gerarchia è apertamente accusata di scisma. La libertà di culto per i serbi in Kosovo è ancora a rischio. È soprattutto rischioso per il clero e per gli appartenenti alle Chiese spostarsi sul territorio per finalità pastorali o per cerimonie come matrimoni e funerali. I leader religiosi più noti devono ancora spostarsi con la scorta di truppe internazionali.
In Montenegro si segnalano discriminazioni contro l’autocefala Chiesa ortodossa montenegrina – il cui capo è l’arcivescovo di Cettigne, Mihailo Dedeic – che le autorità civili non riconoscono come filiazione autonoma della Chiesa ortodossa serba, ma vorrebbero rimanesse indistinta da questa. La libertà religiosa è ampiamente garantita in Slovacchia. Episodi preoccupanti sono costituiti dalle interferenze di organismi internazionali tendenti a condizionare la legislazione in senso abortista. È tornato nelle cronache svedesi il caso giudiziario di Aake Green, pastore pentecostale prima condannato e poi assolto nel 2004, per aver espresso giudizi in linea con la dottrina cristiana sull’omosessualità. Il 9 maggio, sostenendo che Green avrebbe violato la legge del 2003 sui reati di odio, il procuratore capo per conto del Governo ha presentato ricorso alla Corte Suprema contro la decisione del tribunale d’appello che scagionava l’imputato. La richiesta è stata accolta nel mese di maggio.
In aprile un tribunale distrettuale a Stenungsund aveva condannato un uomo a due mesi di carcere per aver rivolto critiche agli omosessuali su un sito internet. Il condannato ha presentato appello contro la sentenza sostenendo che le affermazioni erano il frutto delle sue convinzioni cristiane. Molti passi avanti sono stati compiuti in Turchia verso il riconoscimento di maggiori diritti alle comunità religiose cristiane. Nel mese di giugno è stato approvato dal Parlamento un pacchetto di riforme che riafferma il rispetto della libertà religiosa, istituendo il reato di impedimento all’espressione del credo religioso, punito con una pena fino a tre anni di carcere. È stata invece bloccata dal Presidente della Repubblica, Ahmet Necdet Sezer, una legge, promossa e approvata dal Parlamento su iniziativa dal partito di maggioranza Akp, che avrebbe depenalizzato il reato di predicazione del Corano fuori dai luoghi attualmente consentiti. Quest’ultima limitazione – che si affianca al divieto alle donne di indossare il velo islamico nei luoghi pubblici – sembra dimostrare che nemmeno i musulmani godono di pieni diritti.
Manca ancora il riconoscimento della personalità giuridica delle Chiese e da anni il Parlamento discute, senza però approvare, una nuova legge sul diritto di proprietà delle comunità religiose, considerata necessaria per l’ammissione di Ankara nell’Unione Europea. In Turchia infatti solo alcune minoranze religiose non islamiche possono avere beni, tramite le cosiddette “fondazioni della comunità”. La Commissione Europea, nella Proposta per l’ammissione come partner della Turchia, ha specificato che Ankara deve: riconoscere piena «libertà di religione», concetto che comprende «l’adozione di una legge» che rimuova gli ostacoli che oggi colpiscono «le minoranze religiose non musulmane e le loro associazioni, in linea con gli elevati standard europei»; «sospendere le confische e le vendite dei beni» degli enti religiosi non islamici, in attesa di una nuova legge in materia; riconoscere e attuare quanto necessario per consentire «l’effettiva libertà di pensiero, coscienza e religione sia per l’individuo che per le comunità, in linea con la Cedu» e considerando le raccomandazioni del Consiglio della Commissione europea contro razzismo e intolleranza; stabilire le condizioni per consentire la vita di queste comunità, in accordo con quanto praticato negli Stati membri, compresa la protezione legale e giudiziale delle comunità, dei loro membri, del clero e delle proprietà. Occorre riconoscere l’effettivo diritto delle comunità di organizzarsi in forme diverse dalla fondazione e di scegliersi i loro dirigenti, liberi dalle intrusioni dello Stato che spesso li ha rimossi, specie per le fondazioni delle comunità apostolica armena e greca-ortodossa. «Ci sono indizi – conclude Oehring – che parte della dirigenza del governativo Partito per la giustizia e lo sviluppo (Akp) possa comprendere l’importanza della libertà religiosa», anche se «non osa dirlo, per paura di provocare i potenti ambienti militari».
Il 15 settembre il Presidente della Repubblica Ahmet Necdet Sezer, ha invitato Papa Benedetto XVI a recarsi in Turchia nel 2006, perché «possa rendersi conto di persona del clima di tolleranza culturale» che vige nel Paese. Il viaggio – ha affermato il portavoce del ministero degli Esteri, Namika Tan – «favorirà i suoi sforzi tesi a intensificare il dialogo fra le religioni e la reciproca comprensione fra le civiltà a livello globale». In realtà il primo invito rivolto al Pontefice era giunto dal Patriarca greco-ortodosso Bartolomeo I, sulla scorta di una tradizione ormai consolidata – iniziata con papa Paolo VI e proseguita da Giovanni Paolo II – tra il Patriarca ecumenico ortodosso e la maggiore autorità del mondo cattolico. Proprio questa iniziativa – riporta «AsiaNews.it», scavalcando le autorità civili, avrebbe creato irritazione negli ambienti della diplomazia turca che, ancor prima di considerare il Papa un capo religioso, lo ritiene il capo di Stato del Vaticano. Agli ortodossi di rito siriaco del paese di Bardakci sta per essere definitivamente tolto un terreno che un tempo ospitava la loro chiesa di Santa Maria. Come riporta «The Economist» il 25 giugno, il Governo intende concedere quell’area a una comunità di curdi per la costruzione di una moschea, nonostante le proteste della minoranza cristiana. Per quanto dispongano di 55 luoghi ufficiali di culto nelle maggiori città del Paese, le comunità protestanti non sono ancora riuscite a ottenere per le loro strutture lo status legale di edifici ecclesiastici a causa di numerosi ostacoli amministrativi e burocratici.
La politica del nuovo Presidente dell’Ucraina, Viktor Juščenko, eletto il 26 dicembre 2004 dopo una serrata lotta che ha coinvolto l’intera società nella cosiddetta “rivoluzione arancione”, dimostra apertura nei confronti di tutte le confessioni cristiane, di cui ha sottolineato più volte l’importante valore etico per la società, ma anche la loro equivalenza nei diritti. Poco dopo la sua elezione, incontrandosi con il rappresentante pontificio, Juščenko ha espresso grande stima verso la Chiesa cattolica, in particolare verso la Chiesa greco-cattolica, definendo il cardinale Lubomyr Husar uomo di grande spirito patriottico. Fin dall’inizio del suo mandato, Juščenko aveva dichiarato che sarebbe stata esautorata la Commissione statale per gli affari religiosi, in modo che le autorità potessero lavorare “direttamente” con tutte le confessioni. In giugno i capi della Chiesa ortodossa del Patriarcato di Mosca, del Patriarcato di Kiev, della Chiesa ucraina autocefala e della Chiesa greco-cattolica hanno scritto una lettera al Presidente e al Governo chiedendo di formare una commissione mista per preparare un manuale di Etica cristiana da adottare nelle scuole primarie per i relativi corsi. Al centro di forti polemiche è stato il trasferimento della sede dell’Arcivescovato maggiore dei greco-cattolici ucraini da Leopoli a Kiev, avvenuto il 21 agosto. Dure le reazioni della Chiesa ortodossa russa, che ha accusato di volontà di espansionismo e proselitismo la Chiesa greco-cattolica ucraina, confutando il documento pubblicato dal servizio-stampa della Chiesa greco-cattolica ucraina il 24 luglio, in cui si dava ragione della decisione di trasferire la propria sede.
Fin dai primi mesi del 2005 si è riacutizzata l’annosa disputa sulla giurisdizione della comunità ortodossa locale. L’arcivescovo Vsevolod, rappresentante delle parrocchie ortodosse ucraine del Patriarcato di Costantinopoli negli Stati Uniti, nel corso di un incontro con il presidente Juščenko, avvenuto il 24 marzo a Kiev, ha usato toni molto duri, dichiarando, come riporta «NG religii» del 6 aprile: «La Chiesa madre, il Patriarcato di Costantinopoli, ritiene che la sua figlia, cioè il patriarcato di Mosca, abbia oggi lo stesso territorio canonico che possedeva prima del 1686 [Il 1686 segnò l’ingresso dell’Ucraina orientale nel dominio dell’Impero russo. In questo contesto si svolse la riunificazione delle Chiese, che avvenne nonostante le proteste di Costantinopoli]». A Leopoli continua l’annosa polemica tra la comunità ebraica e le autorità locali a proposito dell’antico cimitero ebraico su cui venne costruita in epoca sovietica la Piazza del Mercato. L’iniziativa era partita nel 1996 e ha avuto il sostegno di influenti personalità del mondo culturale e religioso, tra cui il cardinale Husar. Da parte loro, le autorità si giustificano dicendo che il cimitero ormai non esiste più e che non era neppure inserito nel piano regolatore urbano.
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